Dai sandali striminziti di Manolo Blahnik alle abbondati Nike, le scarpe sono l’accessorio più feticcio della moda e se le donne ne vantano una media di 27 paia a testa, i seguaci del casual non disdegnano di possederne un’ampia scelta. Ma cosa accadrebbe se la funzione fosse separata dallo stile e se “l’involucro” esterno della scarpa potesse essere cambiato a richiesta?
La domanda se l’è posta per primo Mark Klein, imprenditore americano con una passione per l’high tech, che con il supporto dello studio newyorkese di design Dror, ha trasformato questo tipo di scarpa in una realtà.
L’idea è di scindere la scarpa in due unità: il Bone, ovvero un’anima di poliuretano ortopedica, perfetta, destinata a durare in eterno (o quasi) che si infila facilmente all’interno di una Skin, la parte esterna della scarpa, prodotta con materiali di altissima qualità e dal design accattivante, curato da nomi illustri nel design della scarpa come Silvano Banfi e Frank Zambrelli, nei cui curricola compaiono aziende del calibro di Gucci e Bally.
La prima collezione Skins è stata lanciata da pochi giorni sul mercato americano e resta per ora introvabile. I prezzo del Bone si aggira intorno ai 50$, mentre per la Skin si parte dai 160$.
Ma se è vero che potremo finalmente dire addio al mal di piedi che segue quasi sempre l’acquisto di un paio di scarpe nuove, resta da chiedersi se riusciremo, in preda al delirio mattutino, a mettere insieme tutti e quattro i pezzi prima di arrenderci ad uscire dalla porta in pantofole.
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